In un’era caratterizzata da una profonda digitalizzazione della vita quotidiana, con le esperienze che diventano sempre più smaterializzate, si assiste ad un singolare fenomeno: il ritorno all’analogico. Si tratti di necessità di informazione o di intrattenimento, il fascino per gli oggetti fisici conquista sempre più le giovani generazioni, Millennial e Gen Z, delineando un vero e proprio paradosso: più la vita si trasforma in bit, più si cerca rifugio in ciò che è tangibile, anche quando imperfetto o qualitativamente inferiore al digitale.
In altre parole, in un mondo di notifiche incessanti e algoritmi che decidono cosa si debba guardare o ascoltare, il prodotto reale – un vinile, un rullino fotografico, un libro – rappresenta uno strumento per riappropriarsi del senso di realtà.
Perché il trend dell’analogico sta crescendo

Quello del ritorno all’analogico non sembra essere solo un fenomeno passeggero o una pratica che riguarda solo una piccola minoranza di consumatori, ma è una delle tante espressioni della cosiddetta Soft Life: un movimento socioculturale, particolarmente apprezzato dai giovani, che promuove uno stile di vita meno performativo e più orientato al benessere mentale, tramite la riduzione dell’overload informativo a cui le nuove tecnologie sottopongono gli utenti.
Cambia quindi il paradigma: l’analogico non è “vecchio” così come si pensava tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, bensì funzionale al benessere. Lo rivelano anche i dati raccolti dal Digital Consumer Trends 2026 di Deloitte:
- il 38% dei consumatori dichiara di faticare a ridurre il proprio tempo davanti allo schermo
- la percentuale sale al 53% considerando solo la fascia tra i 18 e i 40 anni.
L’analogico rappresenta quindi una risposta a quella digitalizzazione che gli utenti più giovani percepiscono sempre meno come comodità e sempre più come invadenza, per non dire dipendenza. Il prodotto fisico e tangibile offre infatti:
- un’esperienza di tattilità e sensorialità, con la manipolazione di un oggetto reale che attiva la memoria determinando un valore emotivo ben diverso da quello che uno schermo può offrire
- una riduzione del carico cognitivo, perché un dispositivo analogico assicura solitamente funzioni singole, rispetto alla complessità del digitale. Un’agenda cartacea non apre altre tab, un giradischi non invia continue notifiche sulla musica che potrebbe piacere all’utente
- una difesa dalla digital fatigue, con le persone sempre più orientate a un detox digitale come forma di autodifesa psicologica, preferendo strumenti basilari ma funzionali come una cuffia con filo e jack o, ancora, un dumbphone, ovvero un telefono privo di funzioni smart.
Vi è poi l’elemento dell’intenzionalità: compiere un gesto manuale, come caricare la pellicola o collegare il jack di una cuffia, trasforma il consumo da automatismo algoritmico a scelta deliberata.
L’analogico non è solo nostalgia

Tuttavia, non sarebbe corretto considerare il ritorno all’analogico come un semplice effetto nostalgia. Per quanto formati come il vinile o la fotografia su carta mantengano un fascino legato al passato, per la maggior parte di giovani e giovanissimi – Millennials e Gen Z, in particolare – l’analogico è soprattutto una questione di controllo.
L’universo digitale, sempre più orientato alla logica della sottoscrizione di abbonamenti, ha infatti tentato di cancellare il concetto di possesso. Il disco del proprio artista preferito su una piattaforma di streaming non è più un oggetto tangibile da custodire, piuttosto un servizio che viene concesso all’utente in una logica di noleggio, finché paga l’abbonamento mensile. Per le nuove generazioni, il ritorno al possesso fisico è quindi un modo per riappropriarsi dell’esperienza, quella stessa esperienza che le piattaforme digitali hanno tentato di eradicare.
L’estetica dell’analogico funge quindi da apripista, ma a guidare le scelte di un consumo retrò sono soprattutto:
- la necessità di delimitare il proprio tempo con il prodotto
- l’esigenza di ridurre le distrazioni per focalizzarsi sull’esperienza
I segnali di mercato di un trend sempre più forte

Il ritrovato amore verso l’analogico è confermato anche dalle principali analisi di mercato, pronte a sottolineare una crescita più che sensibile nelle principali categorie merceologiche di questo settore. In particolare, si registrano segnali positivi per:
- la musica fisica, con ricavi globali che sono cresciuti dell’8% nel corso del 2025 – una cifra da non sottovalutare, nell’era dello streaming – trainati dall’aumento delle vendite del vinile (+13,7%). Tra tutti i formati materiali, i 33 e i 45 giri dominano il mercato, allontanando sulla distanza i sempre meno acquistati CD, per una crescita senza sosta ormai da 19 anni consecutivi;
- il minimalismo mobile, con il mercato dei feature e dei dumbphone – ovvero telefoni essenziali e privi di funzioni smart – cresciuto del 10% a livello globale per marchi come HMD;
- l’istruzione, con il grande ritorno dei libri cartacei sui banchi, dopo varie sperimentazioni con tablet e strumenti digitali, poiché migliorano memoria e comprensione;
- gli hobby anti doomscrolling, cioè tutti i passatempi che “impegnano le mani e liberano la testa”. Alcuni esempi sono gli album da disegno, le collezioni di enigmistica o i ferri per la maglia, che prendono il posto dell’abitudine di scorrere all’infinito e senza precisa ragione i feed dei social network.
Cosa significa il trend dell’analogico per i brand

Per quanto il ritorno all’analogico possa rappresentare per le aziende una possibilità di guadagno, questo mercato non va preso alla leggera. Limitarsi a fare del retromarketing, puntando sui fattori emotivi del possesso fisico senza fornire prodotti che possano garantire un valore aggiunto rischia infatti di essere fallimentare. L’estetica analogica non è di per sé sufficiente, serve abbinarla a un’utilità del tutto contemporanea.
In particolare, i brand potrebbero concentrarsi sullo sviluppo di prodotti:
- con un design a basso carico cognitivo, ovvero con interfacce più semplici e intuitive. È un orientamento che ultimamente sta coinvolgendo i principali produttori nel settore automotive, i quali, dopo anni di comandi touch o vocali, stanno ritornando ai pulsanti fisici, richiesti a gran voce dai guidatori;
- dall’ibridazione intelligente, dove l’analogico non è opposto al digitale ma è suo alleato. È il caso di cuffie con filo che possono integrare moderni connettori USB-C o, ancora, diventare wireless all’occorrenza: la comodità del cavo non priva quindi l’utente dell’esperienza wireless, quando la desidera;
- dall’esperienza in-store, perché la vendita di prodotti online è certamente comoda, ma priva gli utenti del piacere visivo e tattile della scelta, nonché dell’insostituibile consulenza umana e dell’interazione faccia a faccia.
Il ritorno all’analogico, dunque, non è semplicemente frutto di un movimento-digitale, ma è semmai una forma di maturità culturale dove non è la corsa alle nuove funzionalità a determinare i consumi, bensì il benessere personale e il desiderio di voler utilizzare strumenti concreti e immediatamente tangibili. Per quanto utile, la tecnologia digitale non può occupare ogni istante dell’esistenza umana, chiedendo in cambio un prezzo altissimo in termini di attenzione, bombardamento di informazioni e serenità. Millennial e Gen Z lo hanno capito, con un processo di progressivo distacco dalla “notifica perenne”.
Nei prossimi anni, i brand che avranno più successo saranno quelli che saranno in grado di rispondere a questo bisogno di equilibrio: non rifiutando l’innovazione ma mettendola a servizio di un’esperienza umana più profonda, lenta e consapevole.

